che torni di nuovo a scrivere qui una domenica di bel sole, con il cuore al solito gonfio di non sai mai più cosa.
c'è che, nel frattempo, tutto è cambiato per non tornare mai più uguale. ci sei tu che provi ad abituarti ad una realtà che a lungo avevi sfiorato col pensiero, ma che nei fatti si dimostra galassie più distante, e così dura. c'è questa persona che, seppure tu provi testardamente a immaginare di poter accantonare un giorno, invece non uscirà mai più dalla tua vita. c'è questa persona, e non solo lei.
c'è che ti cerchi, sulle pagine ben scritte di tante persone che hai conosciuto qui, e ritrovi tutto meravigliosamente diverso/uguale, tutto scalda-cuore; fuorchè te.
c'è che questa cosa, per divenire la realtà che già è, aspetta solo di essere detta negli occhi di chi non smetterà mai, per te, di essere tra le cose più belle che ti siano mai capitate.
prima di questa.
e tu hai fretta. di uscire, andare verso, vivere quel momento, affrontare il domani ignoto. tornare? tu non lo credi più.
"cosa sai di me, cosa ne sai?"
questa settimana si parla di.
(noi siamo di quelli che non si accontentano della facciata - che devono spiare dentro i giardini dietro le tende - per capire come possa bastare. e forse è questo l'unico motivo per cui si resta ancora.)
questa settimana si affronta il tema spinoso dei tempi di collocazione in ognuna delle categorie prefissate. può non essere avventato stigmatizzare qualcuno ab origine? può non essere preconcetto la pretesa di conoscere tutto il tracciabile?
while my guitar gently weeps è mancato proprio poco.
tornata a casa, ti atterrisce l'idea di restarvi fino a domani. d'altro canto, da mezzore la mente accarezza il progetto di annullare l'uscita fissata stamattina.
non sopporti di restare ferma in un punto, rinchiusa in un buco confortante. al contempo temi di non avere in te sacche di coraggio sufficienti ad affrontare la rottura definitiva del guscio.
rinvii di un altro giorno ancora il dialogo che tutta te freme di affrontare, con tuo babbo almeno. eppure senti di non avere più fantasia per disegnarti nel cuore il dolore che l'ennesimo crollo di un cantiere di speranza porterà.
stalli.
è tutta questione di entusiasmo. quando viene a mancare, si perde il senso di tutto. ciò che prima, nell'atto di essere vissuto, aveva un sapore suo, sprigionava un'aura fascinosa, ti avvolgeva in un abbraccio tattile, d'un tratto diventa un fare meccanico, un movimento dovuto, un andare avanti tout court.
quando te ne accorgi ti aggrappi a quelle poche certezze. oggi sono davvero poche - poche che stanno tutte sulle dita di una mano.
quando senti che una musica ritrovata non è ad altro che vorresti farla sentire. quando senti che quel paricollo morbido, quel ciondolo rosso, quei nuovi stivali col tacco singolare, o l'ennesimo regalo da primo cassetto, a nessun altro vorresti mostrarli. sai che sta tutto lì. e provi a immaginare cosa sarebbe fartelo bastare per il resto dei tuoi giorni.
oggi, tra la scena d'un film chiassoso e il cd fucsia ascoltato ad alto volume appena rimasta sola, hai avuto il coraggio di pensarlo una volta per tutte: per il resto che potrebbe accadere nella tua vita tu hai già abbondamente perduto l'entusiasmo. inconsciamente è come se avessi già deciso: non farai più niente perchè altro accada. seduta sul bordo dei tuoi giorni, a veder passare gli accadimenti di chi è stato più bravo di te.
eppure, ero certa di non aver ancora trovato il coraggio di parlarne con loro, nemmeno in una di quelle sere in cui decidiamo di aprire la miglior bottiglia che abbiamo in cantina e ci diamo sotto belli convinti. ne deduco pertanto che me lo si legge così bene dentro, dietro il film trasparente del volto, oltre la piega dei giorni vissuti con rabbia necessaria. attraverso la forza che investo per tenermi aggrappata a qualcosa, a qualcuno che sta lontano da me, da noi tre, dalla vita che mi sono a lungo ostinata di farmi piacere. senza dire più di quel che serve, senza lasciar parlare l'ipocrisia anzi paventando il dolore che ciò arrecherebbe loro, eppure senza nascondersi dietro l'indifferenza, questa coppia di mezza età - che a me continua a sembrare, più il tempo passa, la coppia di genitori più giovane e bella e profonda che il cielo potesse assegnarmi - appoggiava sul tavolo del nostro pranzo la mano del coraggio e della verità. se è quello che vuoi, se è quello che senti, il passo è dovuto. e noi siamo con te.
il mio desiderio non mi era mai parso vero quanto in quel momento.
un grande onice nero montato su un piccolo anello d'oro giallo, in una vetrina di pontevecchio / un negozio di abbigliamento sartoriale che sembra cucito addosso a me, nei colori delle mie stagioni / gli occhiali da sole grandissimi di stella mccartney / un paio d'orecchini da bambina mai cresciuta, con mici attaccati a fiocchetti rosa / una maschera di cartapesta raffigurante pinocchio.
e ho comprato tutti i regali. meno il più importante.
ho imparato a dimenticare di indossare profumo e rossetto. on demand.
stamani, quelle solite noveemezza, guido la mia quattroruote su per i tornanti della road 66 di casa nostra. una delle poche capacità mie in cui nutro una fiducia smisurata è l'abilità alla guida, che devo sicuramente a qualche tara ereditaria. in più, quando la strada mi appartiene, io adoro dominarla, farla ancora più mia ad ogni metro che avanza... senza badare alla velocità che cresce, anche se ci sono curve, se il fondo è bagnato, se la nebbia allunga le dita dai boschi intorno sul bordo strada, se c'è traffico... se dietro quella curva lì.
io so benissimo che dietro quella curva lì c'è un gruppo di case, e che un'auto che malauguratamente debba infilarsi nel vialetto d'accesso deve soffermarsi un istante sulla carreggiata; ragion per cui ci si deve arrivare piano, a voler essere prudenti. ma si può esserlo, quando si ha fretta, quando la radio mi rispolvera quella smalltown boy che mi è sempre piaciuta, quando devo controllare a intervalli regolari come stanno i capelli e se il trucco è a posto?
un attimo ed è lì... inchioda, macchinina, inchioda, ti prego!
ha inchiodato. nel gelo che è seguito, ho realizzato: l'abs, lo sconosciuto fratello di quell'airbag che saved my life, mentre i'm amazed that i survived - come cantava thom in uno dei primi dieci album del novecento, se ne sta lì, in un punto imprecisato sotto di me. e si fa sentire appena, con un rumore secco, ben percepibile ma non interferente col sottofondo musicale. però c'è, e funziona. eccome se funziona.
ora, il succo di questa storia sciocca va ricercato nelle quattro facce che mi sono apparse davanti agli occhi mentre cercavo di salvarmi la pelle. quattro facce spiattellate sul muso, grandi, serie, solenni quanto i faccioni di pietra dei presidenti americani scolpiti sul monte rushmore : babbo e mamma, ovviamente, e sono due; l'amica/sorella s., con lo sguardo assassino di chi mi addosserebbe, ad ogni eventualità negativa, la colpa dell'inevitabile susseguente ricorso a trent'anni di psicoterapia, e fanno tre; e. e chi sarà mai stato il quarto bel faccino?
se leggesse, immaginasse e poi chiedesse conferma, gliela darei, a quel bel faccino lì? quando sono ripartita - con le braccia ancora doloranti di paura, le gambe scariche di adrenalina, la radio dolosamente risintonizzata su rete toscana classica, la velocità di guida del 'signore col cappello' - lo stomaco aveva appena intrapreso le proteste ufficiali per la sorpresa della non sorpresa. e per l'ennesimo non errore di valutazione.
che seguono a quelle mattine un po' così, iniziate prestissimo davanti a un caffè fumante
[tuo babbo: basteranno due anni. - tu: (...basteranno?) due anni? io non ce la faccio...
e nei vostri sguardi appena sfioratisi non c'era risposta],
scorse via tra le peggiori vissute
[occhi imploranti, occhi di bastardo, occhi incerti, impietositi d'un colpo: tutti rivolti a te, stretta tra la tua borsa a spalla e uomini dalle grandi responsabilità, che è come se chiedessero a te, se pendessero da te, nel loro futuro dei cinque minuti, nel loro futuro da qui a domani e sempre, da te che ti fai scudo solo del tuo cappottino avvitato],
finite alle tre del pomeriggio
[senza conoscere sedie, pause del cuore, sorsi d'acqua, respiri profondi a liberare il petto. tornavi a casa e pensavi di dover mangiare, prima o poi, quel piatto d'amore lasciato lì dall'angelo del focolare],
che vorresti si sciogliessero subito in crepuscolo
[mentre fingevi di non sapere che fare (e invece in cuor tuo aspettavi), scorrevi con le dita sulle coste dei libri, come a cercar conferma. era il caso che consigliava una dickinson in chiusa? ma la memoria del fiore / continua a rendere il novembre arduo / finchè io che ero quasi ardita / perdo la strada come una bambina/ e muoio dal freddo.],
a meno che un gesto d'amore (n.d.r.: mai userebbe questo termine il deus ex machina) non te le risolva.
non puoi più permetterti di fantasticarlo soltanto. devi cominciare a pensarci su. si chiama la tua vita. non la vita che qualcuno ha sognato per te. come a volerti far stare bene.
esci, nel buio pungente, che altro non chiede che di essere attraversato. e permearti, muto.
si sono scoperte fighette a 30 anni; non è mai tutto liscio; il salotto di casa è il parquet della scala; il cioccolato fondente fatto sciogliere sulla lingua; hanno smesso di credere alle favole a quattro anni, eppure aspettano ancora la loro; a memoria nomi e cognomi del design contemporaneo; resistono resistono resistono poi scoppiano a piangere tra la folla del sabato pomeriggio; il cassetto della lingerie al pari della cassaforte; amano andare al cinema da sole; mai più senza le crayon kohl noir chanel; l'errore di una volta lo scontano in tre anni; parmigiano a scaglie e vino bianco fresco; sanno essere belle ma non bellissime; ogni mattina alla sveglia si chiedono il perchè, ma non si girano mai dall'altro lato; niente cura quanto 'creep' urlato sul pavimento freddo; 'scelgo lei perchè tu hai le spalle forti e sopravviverai'; fingono di credere alle altrui menzogne col sorriso sulle labbra; la musica ascoltata alta mentre guidano su strade di montagna; sono brave a innamorarsi di una voce; la vita sognata è sempre trecento chilometri più a nord; gli occhiali da sole nella borsa da sera; un libro nuovo, una tazza di tè pregiato, una candela profumata e provare a non pensare; se è lui l'uomo della vita, sono pronte a tutto; il tubino nero è per sempre; varcata la soglia, non tornano indietro; il potere taumaturgico di un tacco dieci; non dimenticano per la vita quell'abbraccio lungo il binario; si sono rassegnate con successo ai capelli ondulati; trenta volte quel film, trenta volte un pacchetto di kleenex; il posto ceduto sull'autobus; è più facile essere graffiate che graffiare; il batticuore a sorpresa ripaga del dolore di un anno; i viaggi intorno al mondo e la nostalgia di casa; c'è sempre una seconda possibilità; le scatole di cartone delle torte; tenera è la notte, affilato il mattino; ci provano a immaginare una vita senza; i ritratti in bianco e nero; il massimo dei voti con lode, finchè passa la voglia; danno del lei e ricevono il tu; la sindrome di stendhal davanti alla vetrina di hermés; 'they're small, but nice'; credono negli angeli; non si vergognano di lasciar parlare il corpo; una ducati monster nero satinato; scrivono sui muri le loro poesie preferite; la solitudine fa terrore, ma hanno promesso il coraggio a chi non tornerà.
all'incirca, io.
ma insomma, questa fanciulla ha ragione: non esiste più nemmeno un fondo di bottiglia (se di vino, se di quello da €14,00 in su al pezzo, sarebbe meglio!) di buona creanza, in branchi inselvatichiti di maschietti, vaganti ad ogni latitudine peninsulare, di ogni cultura, ceto, stato civile, aspetto e prestanza fisici...
ma diamine! da quale frattura nella crosta temporale in poi, se arriva un messaggino - che può essere più o meno poetico, più o meno motivato, più o meno scritto di getto, più o meno corretto in ortografia, e sia pure (non voglia iddio!) recante qualche storpiatura genere k o cmq (non un sms dei miei, beninteso!) -, un uomo che è un uomo non si sente smosso nel profondo dell'animo (diciamo nel profondo in genere, che è concetto più adeguatamente comprensivo...) ed immantinente indotto ad un gesto di polpastrelli che assomigli ad una risposta? che poi sia risposta cortese ma, sfacciatamente gelida, pienamente rispondente, appena sufficiente, inaspettatamente trasognante, ai confini della indecenza... beh, quello poco importa. se non altro sapremmo consolarci pensando a quei pochi centesimi di euro (e se c'è qualche promozione in corso nemmeno quelli!), a quei (nano)secondi di tempo (non più di 30, se si adotta il t9), a quel non classificabile dispendio di energie caloriche investiti soltanto per noi.
per tirare una linea, per ridere piano, per aprire una finestra verso un nuovo sole, per sospirare o piangere ma poi ricominciare dal punto in cui si sa.
mi sono pure chiesta se le omesse risposte si possano portare in compensazione con i gesti che non ti aspetti, quelli che ti riscaldano una serata, che ti rimboccano le coperte, che ti allargano il mattino dentro il petto, che ti sono già irrinunciabili, che sai che non potrai dimenticare mai. che ci sono, eccome.
infatti, non sarebbe giusto.