the art of losing isn't hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.
lose something every day. accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
the art of losing isn't hard to master.
then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. none of these will bring disaster.
i lost my mother's watch. and look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
the art of losing isn't hard to master.
i lost two cities, lovely ones. and, vaster,
some realms i owned, two rivers, a continent.
i miss them, but it was'nt a disaster.
-- even losing you (a joking voice, a gesture
i love) i shan't have lied. it's evident
the art of losing's not too hard to master
though it may look like (write it!) like disaster.
e. bishop, "one art"
in questo periodo di mia incomprensibile (persino a me) latitanza, ricevo dal caro compagno di spazi bianchi gicappa la nomination alla catena di cui all'oggetto, sia pure attraverso una domiciliazione sul mio vecchio blog tuttora pendente (anch'esso inspiegabilmente).
la mia condizione mentale, oltre che logistica, impone più che mai la sintesi. ma nessuno me ne vorrà, già so.
1 - sono golosa oltre ogni umana immaginazione di parmigiano-reggiano d.o.p., con spudorata preferenza per quello stravecchio. lo adoro in ogni forma e combinazione, con particolare menzione per: le scaglie fatte sciogliere sulla lingua poi irrorata di buon vino bianco; la mousse montata con panna; la crosta ammollata nel brodo; il grattugiato. a questo proposito, rammento che da piccola, quando andavo al ristorante con i miei, sottraevo senza farmi scorgere dai camerieri la formaggiera in tavola, dopodichè la svuotavo a velocità singolare per una dolce bambina - come, strano a dirsi, io ero - servendomi del cucchiaino infilato in essa e riempiendomi le guance di sacche di scorta del mio gusto prediletto.
2 - dalla pubertà in là, forse per un'assimilazione a scoppio ritardato di un film di quint'ordine visto nell'infanzia, si è sviluppata in me un'angosciante aracnofobia, che mi portava ad imbattermi, con frequenza maggiore rispetto al resto della popolazione mondiale (fatta eccezione per gli entomologi), in ogni sorta di immagine ingigantita di tarantole, vedove nere et similia. questa grave fobia è stata da me autocurata, con una prova di coraggio ingiustificata nella me attuale e con risultati che non smettono di sorprendermi a distanza di mesi, con un viaggio in indocina. il terrore di imbattermi da un momento all'altro in un bel ragno nero peloso grande come la mia mano, spiattellato sul muro del bagno e intento a guardarmi in un mio intimo momento, si è concretizzato - nel pieno rispetto delle suddette premesse immaginative - durante un trekking in laos (cfr. post del 20/01 u.s.), provocando l'immediata miracolosa guarigione della scrivente dall'annoso raccapriccio aracnoideo.
3 - da alcuni anni, a causa di un restringimento del campo visivo, la cui origine, una volta escluse le matrici di più drammatica ed impellente natura, non è mai stata medicalmente chiarita, vedo come i cavalli quando vengono loro messi i paraocchi. vien da sè che col tempo sono diventata molto brava a supplire a certe seppur minime carenze. o quantomeno a mascherarle. il giorno in cui non avrò più paura di perdere alcunchè di ciò che ho, andrò a farmi leggere la sentenza definitiva.
4 - il primo grande amore della mia vita è stato simon le bon. quando il 27 dicembre 1985 egli convolò a nozze con la top model jasmine parvenah (tuttora signora le bon, figurarsi...), la scrivente, oltre a decidere di indossare il lutto per un tempo imprecisato, imparò - già da allora, già così presto! - diverse cose. la prima è che il primo amore si scorda eccome, a favore del secondo; e anche - perchè no? - del terzo. la seconda è che l'amore, incapace di finire girando l'interruttore, diventa bravo a rassegnarsi alle asperità. e ad incancrenirsi, direi.
5 - peggio di lucia mondella, a suo tempo ho fatto voto di castità, da sciogliersi soltanto con la persona in onore della quale ho assunto in coscienza l'impegno. poichè l'evento per scongiurare il quale mi ero imposta la castità si è puntualmente verificato, il voto deve oramai intendersi - come in effetti è - sciolto.
non ho forza di formulare cinque inviti a perseguire. facciamo che indico cinque iniziali, beccate a caso - ma proprio a caso - tra i links: a b c l m. senza impegno alcuno, ovvio.
è tutta questione di entusiasmo. quando viene a mancare, si perde il senso di tutto. ciò che prima, nell'atto di essere vissuto, aveva un sapore suo, sprigionava un'aura fascinosa, ti avvolgeva in un abbraccio tattile, d'un tratto diventa un fare meccanico, un movimento dovuto, un andare avanti tout court.
quando te ne accorgi ti aggrappi a quelle poche certezze. oggi sono davvero poche - poche che stanno tutte sulle dita di una mano.
quando senti che una musica ritrovata non è ad altro che vorresti farla sentire. quando senti che quel paricollo morbido, quel ciondolo rosso, quei nuovi stivali col tacco singolare, o l'ennesimo regalo da primo cassetto, a nessun altro vorresti mostrarli. sai che sta tutto lì. e provi a immaginare cosa sarebbe fartelo bastare per il resto dei tuoi giorni.
oggi, tra la scena d'un film chiassoso e il cd fucsia ascoltato ad alto volume appena rimasta sola, hai avuto il coraggio di pensarlo una volta per tutte: per il resto che potrebbe accadere nella tua vita tu hai già abbondamente perduto l'entusiasmo. inconsciamente è come se avessi già deciso: non farai più niente perchè altro accada. seduta sul bordo dei tuoi giorni, a veder passare gli accadimenti di chi è stato più bravo di te.
sediamo intorno a uno spartano tavolo di legno, ingombro di bottiglie già scolate di beerlao, una decina in tutto. siamo otto: non in ordine di seduta, la milanese multilingue, le due madrilene una bella e una simpatica, la francese puzza-sotto-il-naso, lo svedese di stoccolma, la veterinaria di parma, il tedesco di monaco, la qui scrivente pesce fuor d'acqua.
il buio di una notte non inquinata di luci ci stringe nell'abbraccio-morsa della jungla laotiana, di cui cerchiamo di dimenticare la presenza ingombrante ed il regalo di due ore di pioggia monsonica con cui ci ha accompagnato sin qui. il silenzio è quello vero cui non faremmo in tempo ad abituarci prima di tornare in europa. il villaggio respira profondo del sonno di chi non ha svaghi elettrici. nell'attimo che precede la nostra buonanotte, prima della visita alla 'toilette' dove un ragno e uno scorpione ci stanno aspettando, prima del ritiro sotto le zanzariere allestite dalle guide, parliamo dell'europa. è l'attimo nel quale cerchiamo di non pensare, di non provare a capire.
il tedesco di monaco parla con affetto smisurato della gattina birmana che l'aspetta a casa. io controbatto mostrandole la foto del mio micio, che campeggia sullo schermo del cellulare. l'ho scattata in uno dei rari momenti di relax che lui si concede sul mio letto. lo svedese lancia l'occhio: è un istante, un'esclamazione allegra che taglia il silenzio nero ammollato di pioggia e birra, la presa di coscienza di ciò che siamo. di là dai pixel, dalla definizione e dalla dimensione dell'immagine, è proprio così: "ikea!"
(sì, in effetti è proprio all'ikea di firenze che avevo comprato quel copripiumino.)
penso di essere tornata.
poi penso che per tornare io debba avere un luogo del ritorno.
e penso pure che tornare implichi di essere prima partita da qualche punto.
nel lungo dormiveglia ricordavo: "nelle canzoni di bruce springsteen, puoi restare e marcire, oppure fuggire e bruciarti. e non c'è niente di male; dopo tutto, springsteen è un cantautore, e per le sue canzoni ha bisogno di alternative semplici come questa. ma perchè nessuno scrive mai canzoni su come sia possibile fuggire e marcire?". dopodichè aggiungevo che laura ritorna, che finiranno per sposarsi, che anche quel romanzo è diventato un film.
il bello di giorni come questo è che un momento mi sembra di poter immaginare - a prescindere dall'agghiacciante ricorrenza - cosa possa aver provato m. alla vigilia del viaggio in collina senza ritorno, o il perchè di altri innumerevoli gesti senza perchè; un momento ripenso a s. e a tutti i mali che ci hanno reso più soli intorno e capisco di non poter capire proprio niente.
presto torno col tempo che occorre.
per ora grazie ad ogni singola parola che mi avete lasciato nel frattempo.
dedicati a
chi, fuori e dentro il blog, ha trovato il suo modo affettuoso di starmi vicino in questo mio difficile inizio d'anno;
gli inviti per i prossimi finesettimana;
il bar design, basquiat, i tortelli di zucca, le chiacchiere davanti ad un bicchiere;
le carissime consigliere della musica del mio cuore;
chi parte, chi torna, chi resta comunque;
i pvt, le mail e gli sms che non mi aspettavo;
l'empatia degli amori impossibili;
quel post sotto l'albero di natale, al cui autore va tutto intero il sorriso che ha saputo tirarmi fuori;
i bagagli che ingombrano il letto in questo momento;
il pinot nero riserva 2002 hofstatter, che si apre in parallelo alla mia serata;
il coraggio di vincere certe mie rigidità;
il divertimento che non fa male;
l'hotel che teneva in serbo la camera per me;
young frankenstein;
la commessa che mi ha apostrofato per tre volte 'chicca';
le confessioni davanti ad un piatto di roastbeef e la dormita dentro il cinema;
le statue greche con o senza tatuaggi;
another sunny day;
rosemary daye;
l'aperitivo della sera;
i piccoli passi per uscire fuori;
le decollete di vernice nera e le scarpette rosse;
le lacrime che parleranno nel tempo a venire;
me che ho ricominciato a piacermi da morire nello specchio.
buona visione.
torno subito.
mica deve esserci sempre un perchè profondo nelle cose che facciamo. talvolta le si fanno e basta.
ecco, ora che me lo sono ripetuto anche per scritto posso cominciare a prepararmi. chè sono già in ritardo di qualcosa tipo venti minuti (incredibile dictu!).
postilla tardissimo-pomeridiana:
delle persone belle fuori si fatica ad accettare il bello dentro. fortuna che hanno inventato le lacrime, che raramente mentono.
ci sono cose che non sappiamo dire.
e cose di cui tacere ci appare la via migliore.
poi, ci sono cose che restano per sempre nell'eterno limbo dell'ineffabile. è ad esse che ripensa il cuore, quando fa male.

martin parr, common sense (cup of tea)