sono stati quelli in cui
ho dimostrato a me stessa che il proprio peggio lo si può dare eccome, senza sforzo e rimorso alcuni, anzi con una certa facilità superba - ho finto ogni mattina di ignorare il motivo per cui le lenti scivolassero sulla superficie oculare, invece di aderire prontamente alla cornea - ho autodistrutto rapida il poco buono che restava intorno - mi sono trattenuta da gesti inconsulti solo grazie all'efficacia deterrente della pena - in ufficio mi sono abbandonata ad un turpiloquio arrogante e inappagante, come se i colleghi, o qualcun altro al mondo, fossero in qualche modo responsabili del mio male - ho smesso di piacermi persino in ciò di cui mi sono sempre fatta vanto - ho scorto negli occhi dell'amore tutta la delusione per la mia vita sin qui inconcludente, per tutti i doni che avrei potuto fare e di cui non sono stata capace, neppure di uno soltanto - i capelli hanno smesso di avere il loro bel mosso lucido - mia madre mi ha teso tranelli mascherati da oroscopo dell'anno nuovo - ho sperimentato che il vomito vive una vita indipendente dallo stomaco - in vaneggiamenti notturni, o forse mattutini, ho consacrato la certezza di ciò che mi libererebbe per sempre anima e cuore, ma che a lui non potrò chiedere mai, pur sapendo che il bene che mi vuole è più di quello che riesce a dimostrare - ho pensato di dover smettere di pensare - ho confuso la spm con la fine del mio piccolo inutile mondo - ho pregato che tutto abbia presto fine, anche questa stupida speranza.
erano gli ultimi giorni, del resto.
buon anno a tutti voi, che avete il dono di farmi stare meglio.
perchè, io saprei elaborare propositi sensati?
a me, talvolta, basterebbe trovare quel poco coraggio che serve a dire c'ero anch'io.
che io, tra le due categorie, continuo ad appartenere, dai tempi di boccaccio al liceo, a quella dei gonzi. perciò continuo a donare la fiducia, pur sapendo quanto sia facile tradirla in un momento di levità curiosa.
questo blog non ha un senso al di fuori di sè, di noi che ci incontriamo tra noi davanti ad una weiss o progettiamo di trovarsi a metà strada, di certi cuori grandi che qui ho sentito battere forte per (quasi) tre anni, di certe punte affilate di mente che scatenano i miei sorrisi, del deus ex machina, dell'anonimo, della fds e compagnia bella.
c'è una sola persona cui decisi di dedicare la me di qui al di fuori di qui. e lui seppe afferrarla a due mani, con le sue spalle piazzate e il bene timido che si fa strada piano. dove troverò ancora tutto il coraggio che ho saputo serbare per lui?
il resto continua a darmi dolore.
domani torno e ricomincio preciso da qui. traccia 4: wherever finds you, c. donà.
l'ipod nano è color argento e brilla nel proprio promettente vuoto.
l'onice nero sul suo anello d'oro giallo pare renderti la mano adulta, almeno quella.
il cd dei beatles, essì; più un montecarla vintage e piazzale michelangelo come se fosse vero che.
i pensierini sotto l'albero, quelli spediti, quelli accompagnati, quelli che ancora aspettano: l'oblio, forse.
fuori quattro sere su quattro - e questa proprio non sei tu, ma è il natale.
un cestino di crescentine, un piatto di tortellini e capire che l'incomprensione serve a te sola; e che non meriti il resto.
ti sei fatta coraggio e hai varcato una soglia che pensavi di temere: invece lì hai trovato il solito affetto buono, l'errore sta in te - as usual.
il tè alla menta raccontato da marsala: l'amico avv. del tuo collega, quello che vi piacete tanto - forse perchè, secondo la moda del tempo, in estate si è sposato.
in cento metri quadri multilivello tre bang&olufsen, un lcd in ogni stanza, la doccia idromassaggio in camera da letto, un home theatre che ti è venuto da urlare: hai pure pensato di capire perchè in ogni donna lui veda un attentato al patrimonio.
la città vuota nel gelo notturno, un'auto infinita che sfreccia fino a casa, 'le cose che pensano' di battisti; l'ammirazione di sè, per una volta.
gli auguri che contano sono arrivati; le omissioni brillano nella loro pochezza, e imparano.
il noto brocardo rivisitato da un tuo amico prezioso chiude una dura due giorni bisognosa di amore e cure, al di là della facciata addobbata:
ad intrombabilia nemo tenetur.
è che mi sento come imprigionata in una schiuma - profumata ma non troppo, e avvolgente solo a coprire certe nudità - della temperatura giusta da non volerne uscire mai - dentro la vasca immacolata che ho sempre osannato - piantata in mezzo al bagno di luce soffusa colori non violenti e silenzio acquatico, uscito dall'ad dei miei desideri.
a sprazzi mi ridesto dall'estasi onirica. e comprendo:
a volte mi sento osservare la scena dietro un vetro appannato, dove le gocce che scendono sommesse si mischiano alle mie lacrime di pura spettatrice - priva peraltro dell'istinto del voyeur.
altre volte - e sono le più lancinanti - capisco che dovrei uscire, darmi un'asciugata vigorosa, spalmarmi la sontuosa crema corpo che ho appena acquistato, tirarmi ai massimi termini e cominciare a guardare cosa è successo, in tutto il tempo trascorso in mezzo, lungo la strada modesta della mia vita. a viverci, persino.
il terrore non è il primo sassolino che fa vacillare il tacco, e mi riconduce al caldo abbraccio immutabile. il terrore si appalesa ogni volta in cui non ci sono sassolini nè altri indugi. io vado avanti sulla nuova strada. mi ci vedo bene, ne godo, cresco. ma dentro me ho fissa la percezione del caldo abbraccio immutabile. anche se non è lì che dovrò stare per il resto dei giorni. ciò non cambierà. perchè io lo amo.
[sull'onda emotiva di un pvt che mi ha fatto piangere - lei sa che è il suo, e sa di aver ragione. mentre thom cantava: everything in its right place. manco a dirlo.]
meno 3 regali, anzi no, meno 4 - mica posso presentarmi là a mani vuote... / ok, p., oggi niente pilates, si recupera venerdì, che per me è anche meglio / il parrucchiere: domani o mai più, scrivitelo a caratteri cubitali sull'agenda congestionata / stellino, che mi suggeriresti colore e tessuto della camicia da regalare al babbo? già, ma oggi ho promesso di non disturbarti... / pronto? sì, sono io. no, non hai sbagliato numero. è la mia voce che si è presa una due giorni di vacanze, lasciando al suo posto la collega ermafrodita / stipendio e tredicesima, hai controllato gli accrediti sul conto? / certo che potrei prendergli anche un paio di calze gallo, ecco. / il libro lo compro domattina, l'omaggio in banca passo a prenderlo domattina, l'estetista ce l'ho tra quindici minuti, se mi sbrigo / l'amica s. domani sera a cena, ma presto perchè poi dovrei uscire con a.; restano da incuneare c. (ma lei può sabato soltanto) e f. (per lui resta venerdì, ci infiliamo anche s. o no?) / quel maldive express che parte il 03/01 comincia ad avere adepti, basterebbe pulire da impegni quella settimana e riempire una sacca di libri e costumi. e al diavolo tutto il resto, ma? / mi ci deve rientrare una corsa in pasticceria /
viene lulù, sì, viene davvero lulù... prendi un respiro. e riparti.
certe cose accadono per lo più inattese.
sono giorni che apri l'armadio e vedi il tubino nero nuovo pendere dal gancio appendiabiti, come in paziente attesa del suo turno. eppure solo oggi hai sorriso pensando a chi gioirà vedendotelo indossare il giorno di natale.
da mesi cercavi il foglio redatto dalla dietologa tre anni fa. stamani è saltato fuori mentre facevi un sunto ricognitivo dei biglietti d'auguri già in tuo possesso. insieme, hai ritrovato la carta da lettere pineider con l'iniziale del tuo nome, che l'amico l. (dove sarà, il rampantissimo fighissimo l.?) ti regalò il natale di otto anni fa, quando eravate soliti incontrarvi in via turati, tu prima della scuola di notariato, lui in pausa pranzo alla andersen consulting.
il caffè che tu e tuo babbo non vi concedevate da tanto, nel vostro posto delle meraviglie preferito: c'era il pienone delle grandi occasioni, pacchi su pacchi su pacchi su pacchi, la miscela da cinque euro la tazzina, le versioni natalizie di ricci, cucchiaini e bottoni di cioccolata. ma: sotto il paravento delle feste, lo sguardo sorridente e attento del signore alla cassa è sempre lo stesso. e anche tu, se la ragazza che ti porge il tuo marocchino del cuore ti accenna un saluto d'intesa.
il panettone che fa bella mostra di sè sotto l'albero, in mezzo ad ancora troppi regali, è tra i tre migliori di milano. non serviva che te lo dicesse il corriere, tu capisti subito.
poi ripensavi a cosa facevi oggi di dieci anni fa. a parte correre da un pensierino di natale all'altro, arrabbattarti (cosa è cambiato?) per capire cosa fare da grande, organizzare l'ennesimo fine anno stroppiante, avvertivi un dolore mai spiegato bene per la morte di un pezzo della storia del cinema. della tua almeno, fin da quando eri piccola. e pensavi che dieci anni fa avresti potuto mettere più impegno nel sognare il tuo piccolo mastroianni vero. che già c'era, da qualche parte. quando tutto avrebbe potuto essere diverso.
oggi, tra una fitta al cuore in via di assimilazione e un'altra che ha appena - appena, ripeti - preso a fiottare, mentre questo raffreddore fa le prove generali della sua chiusa ufficiale, oggi hai finalmente sentito l'aria di natale. nel piccolo spazio che dalle narici occluse va dritto nel petto. dove batte comunque. anche quando fingi di non saperlo. e di non sentirne il male.
il mio anonimo si è beccato anzitempo l'influenza del panettone?
eppure, ero certa di non aver ancora trovato il coraggio di parlarne con loro, nemmeno in una di quelle sere in cui decidiamo di aprire la miglior bottiglia che abbiamo in cantina e ci diamo sotto belli convinti. ne deduco pertanto che me lo si legge così bene dentro, dietro il film trasparente del volto, oltre la piega dei giorni vissuti con rabbia necessaria. attraverso la forza che investo per tenermi aggrappata a qualcosa, a qualcuno che sta lontano da me, da noi tre, dalla vita che mi sono a lungo ostinata di farmi piacere. senza dire più di quel che serve, senza lasciar parlare l'ipocrisia anzi paventando il dolore che ciò arrecherebbe loro, eppure senza nascondersi dietro l'indifferenza, questa coppia di mezza età - che a me continua a sembrare, più il tempo passa, la coppia di genitori più giovane e bella e profonda che il cielo potesse assegnarmi - appoggiava sul tavolo del nostro pranzo la mano del coraggio e della verità. se è quello che vuoi, se è quello che senti, il passo è dovuto. e noi siamo con te.
il mio desiderio non mi era mai parso vero quanto in quel momento.
un grande onice nero montato su un piccolo anello d'oro giallo, in una vetrina di pontevecchio / un negozio di abbigliamento sartoriale che sembra cucito addosso a me, nei colori delle mie stagioni / gli occhiali da sole grandissimi di stella mccartney / un paio d'orecchini da bambina mai cresciuta, con mici attaccati a fiocchetti rosa / una maschera di cartapesta raffigurante pinocchio.
e ho comprato tutti i regali. meno il più importante.
ho imparato a dimenticare di indossare profumo e rossetto. on demand.