stamani, nel mio più intimo angolo di lettura, ho appreso che:
- il saluto dei nazionalisti serbi era (è) molto simile a certi gesti dei gridatori di borsa;
- nel 1995 a gorazde un chilo di sale era arrivato a costare 100 marchi, ed uno di caffè 1000*;
- (ripensando a cosa facevo e cosa pensavo a quei tempi) valgo proprio pochino.
*per l'epoca posso ipotizzare un cambio marco/lira pari a 1=700? gli esperti mi correggeranno.

vai a immaginare che, di tutto quell'assaporare ad occhi stremati, una sera di quasi autunno avresti fatto ritorno lì.
dall'angolo del rex hotel si vedono il caravelle e lo sheraton. il continental sta poco più avanti.
"il tempo sa come vendicarsi. ma sono vendette che lasciano un gusto amaro."*
il sapore della tiger beer non riesci a ricordarlo. ma quell'umida coperta sopra i vestiti, che ti faceva sentire così lontana da casa, ce l'hai come incollata alla memoria. in quel grumo di lacrime e gioia annidati ora nel tuo petto sta, intero, il dono del tempo al tuo viaggiare.
*g.greene, "l'americano tranquillo"
seduta davanti al mare ti ho pensato. a volte mi basta immaginare che il vento rechi il tuo odore. e imparo l'attesa.
[suggerimenti per una colonna sonora: gary jules, "mad world"]
stamani il mio oroscopo dinanzi al caffèelatte raccomandava di non affaticarsi. ma non ce n'era bisogno: la stanchezza, dopo la solita notte agitata, era di default.
ialea iacta est: in ufficio in quattro abbiamo accoltellato alle spalle il capo. in tempo per le feste di natale, dolci doni avvelenati e mesi a venire di musi lunghe e barbare grida. ciò che più mi sorprende è come ho imparato a passar sopra a (rectius: calpestare) tutto con colpi di tacco, gonna danzante e sorriso posticcio.
nell'inutile caldo da primavera inoltrata medito di impregnare il pomeriggio con allettanti letture al sole / gite in underwear stores di fiducia / cioccolaterie [se non ci fosse di mezzo la rediviva dieta]. insomma, qualcosa che mi distolga dai pensieri, dal pensiero. ma a che scopo?
devo concedere a nazario l'onore delle armi. è indubitabile l'impegno che ha profuso, specie con quella bozza di invito in messico per la stagione della sua pesca. eppure, la fine è sempre la stessa. 'cosa ci posso fare?' chiede. 'niente, dai. mica è colpa tua.'
di nessuno è colpa: se sono così stanca; se marinerò la lezione di danza; se ieri sera al cinema con attilio ho avvertito di nuovo quel disagio; se sto nolente candidandomi a persona più intrattabile della fine d'anno; se i nodi nascosti sotto il cuscino hanno trovato comunque la via del pettine. se conto ancora i giorni. se niente è cambiato.
appunto.
quaranta giorni. quarantuno, oramai. e niente di nuovo su questo fronte.
ieri sera il mio cellulare ha giocato al gioco di chi resiste più a lungo senza respirare. c'era, era vivo, riceveva (persino) le telefonate. ma di segnalarmi sul display la ricezione di un messaggio o la presenza di una chiamata senza risposta, neppure a parlarne. è allora che mi sono ricordata il suggerimento di un rivenditore autorizzato nokia: ripulisci la memoria, ogni tanto.
ho dunque preso quella solenne risoluzione troppo a lungo rimandata, da dieci mesi di possesso dell'oggetto. ho cancellato tutti, ma proprio tutti, indifferentemente, con una coraggiosa selezione comunitaria, i messaggi conservati tra i ricevuti. quindici-venti minuti sono bastati, per allontanare per sempre da me una memoria storica fatta di risate, speranze, errori, pianti, racchiusi in tante minuscole scatoline di 160 caratteri ciascuna. proprio tante, in effetti. troppe, potrei azzardare, se non avvertissi in mezzo al petto una morsa dolorosa per la perdita di ogni minimo pensiero lì racchiuso.
2614 messaggi eliminati. e l'unico a sentirsi più leggero è il mio caro nokia 7610 bianco. che ha subito ripreso a respirare a pieni polmoni. e memoria vuota.
sigh!
ieri era un giorno che non girava. di quelli in cui l'anima cede in silenzio-assenso a latenti propositi autodistruttivi. comincia ad essere invidiabile [ma da parte di chi non è dato sapere] la mia capacità di resettare in un colpo solo le prospettive di risocializzazione/rivalutazione che mi si stagliano innanzi. / ho tarpato le ali, con un solo sms [ma in due parti, eh!], a nazario. e che vada al diavolo, con le sue sveglie all'alba! / mi sono autoimposta la fine definitiva di approcci sussurrati, che non sfociano in niente in periodi di durata superiore a giorni tre. / ho declinato con innaturale cortesia ghiacciata ben due inviti [allettanti, a condizioni normali] di attilio. / lascio che sopravviva chi non c'è. soltanto perchè non c'è? / alimento, come minimo a colpi di roquefort e sauternes, poi via a salire, la china maschile che mi condurrà al gran finale.
il pomeriggio era iniziato con me che piangevo in autoterapia davanti a "shine".
da tempo attilio è il tuo migliore amico, non ci sono dubbi. per quanto esistano persone di sesso maschile per le quali tu nutri un affetto più smisurato e incondizionato, nel vostro rapporto la linea-di-demarcazione per te è tracciata con cotanta nettezza da metterlo al primo posto tra gli amici uomini. non ci sono dubbi.
capitolo secondo: friend with(out) benefits
avete ripreso a vedervi, dopo che gli hai lasciato tutto il tempo di cui abbisognava per ripristinare un ordine in se stesso. e di conseguenza tra voi. e la prima uscita dopo la restaurazione è andata bene-benissimo come sempre. tu, furoreggiante nell'arte del dribblare (ti chiedi quando e da chi puoi averla imparata...), hai sorbito con un sorriso silente (e immodesto) l'apposizione da parte sua dell'ultimo - e non inutile, a ben guardare - tassello. vale a dire il chiarimento circa il preteso misunderstanding da parte tua. poche parole: con te non avrebbe che potuto essere una cosa seria, non un divertissement in assenza/attesa di altro. ti è venuto da ridere ma ti sei trattenuta. lui, che ti conosce così bene, ha chiesto il perchè della risata repressa. è che, a sentirlo parlare così, ti è venuto alla mente un programma radiofonico ascoltato nel pomeriggio. la speaker, dicendo che mai nessuno le aveva offerto un anello di fidanzamento, a parte a diciassette anni quello della lattina di coca, ti aveva fatto sentire meno sola.* invece, in quell'attimo, hai pensato a come era stato sbagliato tacciare i suoi supposti propositi di friendship with benefits con un'accusa di leggiadra immoralità. e ti si è spalancata innanzi l'immagine di un trinity di cartier all'anulare sinistro, di lì a poco.
più tardi, nel buio del cinema, hai ripensato a come tante cose sarebbero cambiate se. hai pensato a come avresti smesso di stupirti ingenuamente-inutilmente per ogni volta in cui dite-fate-pensate la stessa cosa nello stesso preciso istante. a come quella trattativa condotta con un gallerista, per il puro gusto di farlo, avrebbe avuto un'altra fine, a come quello splendido guaitamacchi troneggerebbe adesso nel suo (vostro) salotto. e hai ripensato a come tante cose sono comunque cambiate. hai riflettuto su come sei più serena e rilassata ora. a come è più felice e piena la tua vita, a come sei sopravvissuta ad una prova che giudicavi inarrivabile per te. hai ripensato anche alle amorevoli parole spese da eloisa su te e attilio, a fronte delle tue orecchie ripiene di ovatta.
tutto è perfetto e non ci sarebbe (contro)motivo alcuno per non. eppure. tu continui a serbare intatta nel profondo una certezza: c'è una soglia che con lui tu non potrai mai varcare, se non sotto il pesante (e per te scientemente impossibile) effetto di sostanze stupefacenti e psicotrope. ed è un quid che non ci si può buttare bellamente dietro le spalle. di nuovo, ribadisci in testa la validità dell'assunto di partenza: c'è una linea-di-demarcazione che ben illumina la scena. lasciando al loro giusto posto i chiaroscuri.
alla fine, ti sei chiesta se i mesi, mesi e mesi in cui i battiti del tuo cuore hanno riecheggiato invano in un androne vuoto potranno farti meritare, dopotutto, un dono. quella linea-di-demarcazione può tracciarsi dove non è mai stata? e, eventualmente, la si può spostare?
*filemone "primo amore tuo" tirererebbe un sospiro di sollievo, qualora potessi raccontargli che scrivendo hai per un attimo dimenticato gli irripetibili tempi in cui sfoggiavi all'anulare sinistro il suo aureo dono giovanile.
la nuova vita, o pretesa tale, che ti eri ripromessa di tracciare al cambio di stagione, ti si spiegava ora innanzi. non dovevi far altro che seguire la mappa di incombenti che si affastellavano sull'agenda: da lì, per magia, avrebbe spiccato il volo la nuova te.
capitolo primo: salvaguardia del corpo
once a week: il pilates, quel mondo sconosciuto [un caldo silenzio che, sprigionandosi dal centro del corpo, ti si dispiegava intorno e allungava ognuna delle tue membra rattrappite. e ti buttava fuori dai soliti pensieri. eccome se ci riusciva].
twice a week: la danza contemporanea, l'amarcord reincarnato [faticavi ancora, dopo la prima settimana, a riconoscere te nell'immagine riflessa dal grande specchio, avvolta nella calzamaglia tagliata e nelle magliette sdrucite tue da sempre. non potevi credere, testarda qual sei, a quanto continuavano a ripeterti sulla incancellabilità dei fondamentali. ballavi, come se il tempo si fosse fermato. e finalmente ti riconoscevi, nelle lacrime che tenevi nascoste all'angolo dell'occhio].
/fuoritema/
continuavano i giorni di (piccola) gloria della (piccola) città. quel finesettimana debuttava un allestimento dello zoo di vetro, che si faceva lustro di una primadonna del cinema nel ruolo di amanda la madre. ovviamente quella era solo la prima regionale, la nazionale (quella vera) attendeva la compagnia di lì a breve all'eliseo di roma. ma c'era comunque il pienone delle grandi occasioni nel foyer, e pure il 'nostro' ministro della repubblica sedeva nella fila migliore in platea, tra sindaco ed ex sindaco et cetera.
eppure, non viene mai meno, neppure nei momenti più mondani, quell'olezzo di provincialità che abbiamo imparato, con gli anni, a ignorare, per istinto di sopravvivenza. non viene mai meno, se è vero che la primadonna, la mattina a cavallo dei due spettacoli, è andata a farsi la messa in piega dalla parrucchiera di mia zia. non viene mai meno, se è vero che ben due volte, a spettacolo avviato, coloni discesi dalla galleria hanno spalancato la porta del nostro palco, per testare con mano se fosse rimasto libero, e nel caso occuparlo. non viene mai meno, se è vero che, quando nella finzione scenica madre e figlia incassano il colpo del falso pretendente fidanzato, ho guardato in silenzio mia madre, seduta al mio fianco, senza trattenere un sorriso triste. di quante betty ti dovrei parlare, mamma! e tutte disperatamente affollate in un lasso di tempo che ha meno dell'anno solare...
/intema/
a gastone la sempreverde, qualunque cosa accada, maddalena.
a ernesto la stiracamicie bilocale-munita arianna.
a nazario - ahimè! - la caccia, la pesca alla mosca, le stampe francesci antiche raffiguranti lepri.
per tacere del resto...
in quei giorni, in città, giravano un film. rectius, una fiction. quella almeno era l'idea che mi ero fatta, sbirciando tra le righe di un centro storico ingolfato la levatura del cast e la sobrietà dei mezzi impiegati. ogni giorno passavo, a cavallo della fedele bianchi bianca, a zig zag tra i camion-camerini, o nel bel mezzo di scene appena allestite. e ripensavo a quando lessi il libro - una storia di ragazze del luogo, tutte pazze per un certo bob. di più non ero in grado di ricordare, se non che la lettura era avvenuta all'epoca in cui bevevo giù libri più dell'acqua - più del vino adesso. risultato: una nebulosa di ricordi su trame e personaggi. e sensazioni... quelle venivano già fuori, allora?
pensavo, un meriggio di quelli, assorta nella pedalata, a come ci siamo ostinati, in tutto quel tempo in mezzo, io e un drammatico drappello di reduci a composizione variabile ma per certo in via di estinzione, a negare l'evidenza fin dove ci è stato possibile. per ritrovarci oggi: chi solo come un gambo di sedano, chi solo di ritorno, chi monogenitore, chi male accompagnato.
pensavo, lottando per tener la schiena dritta nonostante il peso della borsa, a come mi è stato facile, all'esito di tutti questi sforzi vani, ottenere un unico beffardo risultato. mi sono chiesta, disciolta la folla, finalmente sola contromano su una strada di prima periferia, se sia possibile tracciare una linea di demarcazione netta sul calendario.
quand'è che una ragazza diventa una zitella?
con buona pace degli irrinunciabili investimenti estée lauder, s'intende.