che torni di nuovo a scrivere qui una domenica di bel sole, con il cuore al solito gonfio di non sai mai più cosa.
c'è che, nel frattempo, tutto è cambiato per non tornare mai più uguale. ci sei tu che provi ad abituarti ad una realtà che a lungo avevi sfiorato col pensiero, ma che nei fatti si dimostra galassie più distante, e così dura. c'è questa persona che, seppure tu provi testardamente a immaginare di poter accantonare un giorno, invece non uscirà mai più dalla tua vita. c'è questa persona, e non solo lei.
c'è che ti cerchi, sulle pagine ben scritte di tante persone che hai conosciuto qui, e ritrovi tutto meravigliosamente diverso/uguale, tutto scalda-cuore; fuorchè te.
c'è che questa cosa, per divenire la realtà che già è, aspetta solo di essere detta negli occhi di chi non smetterà mai, per te, di essere tra le cose più belle che ti siano mai capitate.
prima di questa.
e tu hai fretta. di uscire, andare verso, vivere quel momento, affrontare il domani ignoto. tornare? tu non lo credi più.
"cosa sai di me, cosa ne sai?"
ok, lo ammetto. per un lieve tratto, forse, mi sono lasciata distrarre dalle volute fascinose della mia solitudine incompresa. perciò, a capo chino, rivolgo la domanda spinosa: da quanto tempo è passata di moda la formula del "pacchetto-tutto-compreso"? da quando, nell'affermazione di provare interesse per una persona, hanno preso ad infiltrarsi delle legittime deroghe, delle zone franche di aperta spudorata smaccata critica?
tu da sempre guardi il mio micio con diffidenza, sostieni che abbia lo sguardo inespressivo, fai i complimenti ad ogni altro gatto del vicinato e continui a passare sotto silenzio il mio. poi, quando si presenta l'occasione di viverlo più da vicino, cominci a dargli del pazzo squilibrato viziatissimo. mi chiedi con insistenza di togliertelo dai piedi, chè non puoi muoverti. gridi la tua incomprensione su come si possa mal educare una bestiola domestica. finisci per bollarmi per inospitale per questo. io taccio di uno stupore impreparato ad affrontare simile eventualità.
tu odi il mio gatto. io non so mica se lo posso accettare.
ieri sera, per interminabili istanti in cui ho dimenticato di respirare, nel tuo buio colorato di arancione ho pensato che fossimo stati troppo affrettati. a prenotare quel finesettimana, a virare già la nostra quotidianità verso secche strade inesplorate. come ad ammettere che possa essere facile per le nostre complicazioni mai guarite un nonnulla, quale guardarsi negli occhi mentre prepari la cena, buttarsi sul letto quando girano la testa ed il cuore, affrontare il discorso degli altri. invece, finisce per essere più facile darti ragione a pizzichi. è ciò che ho fatto, quando hai confessato la paura che ti mette addosso l'evidenza di te e me, nella giusta misura del nostro sentire. sappi che il mio è terrore. devo solo aprirgli la porta e invitarlo a prendere il caffè da noi. e sarà fatta.
poi, una mattina, al risveglio, rammenti che talvolta accade il sole, che esiste pure la primavera. e cerchi di ricordare da quanto tempo hai smesso di guardare l'orologio, di controllare compulsiva il telefono. capisci che non c'è nessun altro posto dove vorresti essere, nessun altro momento per farlo. smetti persino di chiederti perchè non è stato tutto subito. e quando è stato il momento del fatidico clic dentro. ribadisci che il bello aggiunge e non toglie mai.
(...)
as a child I saw many things I did not want to be.
am I the person I did not want to be?
that talks-to-himself person?
that neighbours-make-fun-of person?
am I he who, on museum steps, sleeps on his side?
do I wear the cloth of a man who has failed?
am I the looney man?
in the great serenade of things,
am I the most cancelled passage?
da benzina (gasoline) di gregory corso, tea.
[nel frattempo, si ventila uno splendente prossimo weekend. mentre io faccio fatica a tener fede alla promessa dei tre giorni.]
questa settimana si parla di.
(noi siamo di quelli che non si accontentano della facciata - che devono spiare dentro i giardini dietro le tende - per capire come possa bastare. e forse è questo l'unico motivo per cui si resta ancora.)
questa settimana si affronta il tema spinoso dei tempi di collocazione in ognuna delle categorie prefissate. può non essere avventato stigmatizzare qualcuno ab origine? può non essere preconcetto la pretesa di conoscere tutto il tracciabile?
while my guitar gently weeps è mancato proprio poco.
tornata a casa, ti atterrisce l'idea di restarvi fino a domani. d'altro canto, da mezzore la mente accarezza il progetto di annullare l'uscita fissata stamattina.
non sopporti di restare ferma in un punto, rinchiusa in un buco confortante. al contempo temi di non avere in te sacche di coraggio sufficienti ad affrontare la rottura definitiva del guscio.
rinvii di un altro giorno ancora il dialogo che tutta te freme di affrontare, con tuo babbo almeno. eppure senti di non avere più fantasia per disegnarti nel cuore il dolore che l'ennesimo crollo di un cantiere di speranza porterà.
stalli.
un bagliore di automobili in fuga
i miei pensieri riordinava in bianco e nero.
io che attraverso la strada
solo nei punti consentiti dalla legge,
sono stato invitato all’improvviso
fra le rose.
e come si chiarisce un bruno ramo
nel punto in cui si spezza, così io
nel mio amore
sono chiaro.
y. a.
stanotte sei svenuta. nell'unico sabato tra gli ultimi in cui ti sei imposta di non bere o quasi, non sai ancora adesso cosa e perchè ti è preso. sai solo che, con il massimo dell'eleganza concessa dalla progressiva perdita di lucidità, prima ti sei seduta sulla soglia di un portone poi, impossibilitata a star meglio, ti sei fatta mellifluamente adagiare nel bel mezzo di un marciapiede in santo spirito. per alcuni lunghissimi istanti non hai più saputo chi fossi e cosa ancora ci facessi lì, in quel limbo sospeso tra vita e altro; non hai più saputo chi ti stringesse la mano, ti tenesse su la testa (sbagliando) e dimenticasse di alzarti le gambe (come ti eri premurata di far presente pochi minuti prima per l'ipotesi che), nè quanti giovani a piedi o con l'auto piantata in mezzo alla strada si siano fermati chiedendo se ci fosse bisogno di aiuto, nè quanto sia rimasta lì a veder nero - con un freddo polare addosso lo stomaco in gola e la voglia di farti inghiottire dalla terra.
poi, hai realizzato di avere le gambe piegate e di indossare la gonna - che per quanto ampia e lunga e anni cinquanta essa sia, sempre gonna è. allora hai sussurrato a chi ti accompagnava di tirare giù l'orlo, casomai fosse salito. lì avete capito che era passata. e che le gambe erano rimaste eccezionalmente coperte.
dopo, in auto, prima di crollare nel sonno, hai pensato a quanto conti la vicinanza. a quanto echeggi nel vuoto, in mancanza.
sotto, billie holiday cantava night and day.